giovedì 31 gennaio 2008

Daniel Rabanal


DA SALA CONSILINA AL SETTIMANALE DI GARCIA MARQUEZ 10/4/03

Il disegnatore satirico più noto della Colombia è nipote di immigrati del salernitano. Storia di una penna caustica: quella di Daniel Rabanal,

Maurizio Sacchi

Giovedi' 10 Aprile 2003
Daniel Rabanal ha imparato a disegnare in un luogo insolito: un carcere della Patagonia. Per la verità, anni prima, era stato uno studente di architettura a Buenos Aires. Ma la sua carriera di architetto era stata interrotta da una serie di eventi drammatici: prima, il deteriorarsi della situazione politica ed economica degli ultimi anni di Isabelita Peròn, poi, la militanza nelle fila dei Montoneros, il movimento clandestino che si opponeva all’imminente golpe militare. Il giovane studente fu mandato a Mendoza, nell’interno. La sua nuova identità prendeva spunto dalle sue origini, che, come per il quaranta per cento degli argentini, sono italiane. La copertura dei Montoneros di Mendoza era dunque una ditta importatrice di Lambrusco di Sorbara.
Per la verità, le origini dei D’Amato, i nonni materni di Daniel, sono ben distanti dalle vigne di Sorbara. Sala Consilina, provincia di Salerno, era il paese da cui erano partiti i due nonni, parte della grande emigrazione di fine secolo che portò gli italiani dall’altra parte dell’Atlantico. Emigrazione biblica verso una terra promessa di uomini e donne che spesso non sapevano né leggere né scrivere, e che meno che mai avevano un'idea precisa di dove stessero andando. Sapevano però da cosa fuggivano: la fame. Oggi che Rabanal è diventato il più famoso disegnatore satirico di un altro Paese sudamericano, la Colombia, la fame vive ancora nei suoi personaggi di carta. Del resto la fame è sempre stata una costante in America latina, dice Rabanal, seduto alla tavola di una trattoria romana, dove divora con tracce evidenti della fame atavica un piatto di trippa. "L'unica differenza è che ora se ne parla. Almeno a questo la globalizzazione é servita".
Rabanal è in Europa, perché una cittadina francese lo ha invitato per premiarlo. Le sue vignette sul settimanale colombiano fondato da Garcia Marquez Cambio16 sono diventate un appuntamento fisso per i lettori dello sfortunato paese andino, dove la violenza, politica e comune, non sembra finire mai. Eppure qui, dove nessuno penserebbe di rifugiarsi, Rabanal ha trovato la sua seconda vita. Dopo nove anni di galera, segnati dalla tortura, dall'uccisione della prima moglie, dalla continua minaccia di morte, la caduta della dittatura causata dalla guerra delle Falkland-Malvinas lo ha scaraventato in una Buenos Aires tutta diversa, e nel pieno della crisi economica. E' stato allora che lo spirito dell'emigrante, alimentato da quell'altro antico retaggio, la fame, lo ha spinto a cercare altri lidi. L'Argentina, per antica tradizione, è terra di disegnatori e fumettisti: da qui vengono Munoz e Sampayo, Toppi, Breccia, e qui venne a farsi le ossa un giovane Hugo Pratt. Troppa concorrenza, insomma. E così un viaggio in Colombia si è trasformato nella scoperta di un inaspettato Eldorado. Dopo anni di gavetta, a illustrare per pochi pesos testi per le elementari, un primo colpo: Gato, un ragazzino alla Tin Tin, che svolge indagini nel bel mezzo della fantastica, esuberante, selvaggia realtà colombiana. Pubblicato a puntate sul supplemento domenicale del quotidiano Espectador diviene in breve un mito: i colombiani, abituati da sempre solo ai fumetti d'importazione, si entusiasmano a riconoscere nelle vignette i luoghi a loro cosi familari: la Plaza de toros Santa Maria, la Catedral, e poi la loro giungla, le Ande, il mare…Ma la vocazione vera di Daniel è la vignetta politica, che ha il pregio di riunire in un solo quadro i diversi aspetti della sua esperienza e del suo carattere. In un Paese dove esprimre un'opinione "sbagliata" può costare, è costata la pelle a tanti giornalisti, la battuta satirica e i personaggi di carta sembrano godere di una loro immunità. Così Daniel si è sposato con una bella colombiana, vive in una casetta tranquilla col suo cane Che, e a volte, grazie a un invito, riesce anche a permettersi un viaggio in Europa che i pesos non potrebbero pagare. Ora si esercita nell'uso dell'italiano, nel quale fa rapidissimi progressi, che si devono più all'istinto dell'emigrante che agli insegnamenti della nonna. Che visse dagli otto anni alla sua morte in Argentina, senza sapere una parola di italiano o di spagnolo. Nei ricordi di Daniel emergono frasi della sua infanzia, difficili da decifrare. Un quesito da girare ai lettori: cosa avranno voluto dire due zingare, sorprese alla fine dell'Ottocento a sgraffignare in una casa, quando una avverte così l'altra dell'arrivo di un estraneo: "Arrà vollia caccia fora"? Daniel avrebbe voluto andare a Sala Consilina, durante questo viaggio. Forse per sapere la risposta. Ma i giorni sono pochi, ed è difficile convincere una moglie a preferire questo a Venezia, o a Roma…Ci sono imprese più difficili che traversare l'Oceano.


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